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Quando la Pace Cammina


La postura che cambia il mondo

In questi giorni, una notizia mi ha attraversato come una carezza.Non una carezza rumorosa, ma una che resta.Una carezza di quelle che non cercano attenzione, ma che si depositano lentamente nel corpo, nel respiro, nello spazio silenzioso tra un pensiero e l’altro.

È da qui che tutto comincia: dal corpo che sente, prima ancora dalla mente che comprende.


Il viaggio dei monaci buddisti

Quella carezza ha un nome e un cammino preciso.

È la marcia per la pace di un gruppo di  monaci buddisti: un viaggio iniziato il 26 ottobre 2025 a Fort Worth, in Texas, attraversa gli Stati Uniti a piedi,  ed è  destinato a concludersi a Washington D.C. nel corso del mese di febbraio 2026. I monaci portano con loro ciò che nessuno può sottrarre: il proprio corpo, il proprio passo, la propria presenza. La Walk for Peace è un pellegrinaggio laico e spirituale insieme, un cammino lento che attraversa territori e comunità portando un messaggio essenziale: pace, gentilezza, compassione.

La più poetica delle marce per la pace di questo secolo. Non portano slogan. Non chiedono consenso. Non cercano di convincere nessuno. Camminano.

E nel farlo accade qualcosa di raro: aprono uno spazio.Uno spazio interiore, prima ancora che politico.

Uno spazio che non grida, ma sussurra una verità semplice e dimenticata: un altro ha modo di abitare il mondo è possibile.


Non parole, ma presenza

Ed è proprio qui che il loro cammino si distingue radicalmente da ciò a cui siamo abituati. Il loro messaggio non passa attraverso discorsi, promesse o proclami. Passa attraverso la presenza. Il cammino è fatto di gesti. Di postura. Di silenzio. Non parole, ma presenza. Non potere, ma compassione. Ogni passo è un atto di attenzione. Ogni respiro, un invito a fare spazio alla pace. Guardando i video del loro viaggio, mi sono soffermato su qualcosa di apparentemente semplice: il modo in cui camminano.


Quando la Pace Cammina

La risposta è arrivata non come un’idea, ma come una comprensione incarnata.I loro corpi avevano uno spirito. La loro presenza parlava prima delle parole. 

Trasmetteva pace, senza spiegazioni. In questo spazio, il simbolo rivela la sua funzione originaria: non spiegare, ma rendere presente il significato di quella marcia. È qui che risuona con chiarezza il pensiero di Federico Faggin, in continuità con una lunga tradizione che va da Eraclito e Plotino alle tradizioni sapienziali e alla fenomenologia: il senso non nasce dai segni, ma dalla coscienza che li vive.


Simbolo → ciò che rappresenta

Significato → ciò che viene vissuto interiormente da una coscienza

I simboli, da soli, non hanno significato. Il significato nasce solo nell’esperienza. Camminare, allora, non è solo una parola.Non è un’immagine. Non è una descrizione tecnica. Il simbolo del camminare è visibile a tutti: le tuniche, i piedi scalzi, le immagini, il nome Walk for Peace.

Ma il significato nasce altrove:nel corpo che sente il suolo,nel ritmo del passo, nella fatica accolta, nella pace che non viene dichiarata, ma vissuta. Ed è quando quel simbolo tocca qualcuno — lungo la strada, online, o nel cuore — che accade il simbolismo: il gesto risveglia qualcosa che già era lì, in silenzio.


La postura spirituale

Da qui diventa evidente che il loro passo non è solo lento o meditativo. È una postura spirituale. Una postura che non si impone.Che non si difende. Che non grida.Eppure trasmette una forza silenziosa. Ogni chilometro diventa una meditazione in movimento. Ogni passo, un atto di fede che non chiede nulla, se non la disponibilità a essere presenti. Qui. Ora. Scrivono, a un certo punto del loro cammino:«Il nostro camminare, di per sé, non può creare la pace. Ma quando qualcuno ci incontra — lungo la strada, online o attraverso un amico —quando il nostro messaggio tocca qualcosa di profondo dentro di sé, quando risveglia la pace che è sempre vissuta silenziosamente nel suo cuore, allora qualcosa di sacro comincia a dispiegarsi.” Ed ecco il miracolo discreto del loro cammino: non portano la pace. La risvegliano.


Postura politica: il corpo rigido del potere

È inevitabile, a questo punto, che emerga un contrasto. Mentre questi monaci camminano, un’altra postura occupa il mondo: quella dei potenti. Corpi rigidi. Dominanti. Protesi al controllo. Jet privati, stanze chiuse, decisioni lontane dai corpi reali, dalle ferite vere. Posture eleganti, ma vuote. Che parlano di forza, ma non di pace. Ed è proprio nel silenzio del loro cammino che nasce una domanda scomoda, ma necessaria: E se fosse questo il vero linguaggio della pace?


Un mondo che cammina insieme

Da questa domanda si apre un orizzonte più ampio. Cosa accadrebbe se tutte le religioni scegliessero di camminare così? Non per imporsi. Non per convertire. Ma per incontrare. Camminare insieme, senza bandiere.Senza confini. Con il corpo come preghiera. Forse la pace smetterebbe di essere un’idea astratta. Forse tornerebbe a essere ciò che è sempre stata:un gesto, un passo, una postura.


Il corpo come inizio della pace

E allora la chiave si mostra con semplicità disarmante: la pace inizia dal corpo.Da come entriamo in una stanza.Da come guardiamo qualcuno.Da come camminiamo nella vita.Le parole non cambiano il mondo. I gesti sì. In un mondo che corre, urla, consuma, il loro camminare è un atto di ribellione. Una ribellione silenziosa. Ma potentissima.


Invito a camminare con noi

Fermati un istante. Senti il tuo corpo. Qual è la tua postura oggi? Cosa comunica il tuo modo di stare al mondo?

Rallenta. Respira. Cammina. Anche il più piccolo passo, se fatto con presenza, può seminare pace. Cammina con noi. Verso un mondo che non grida, ma ascolta. Verso un mondo che non conquista, ma incontra.

 
 
 

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