Dalla pandemia alla guerra - Parte 1



Imparare ad ascoltare il nostro corpo rappresenta probabilmente la strada più giusta per apprezzare e rispettare la vita, il nostro no definitivo alla guerra.


LA POLITICA E LA CURA

La pandemia prima e la guerra poi hanno sconvolto i nostri ritmi psico-fisici, il corpo dal punto di vista relazionale e sociale ha subito un terremoto ritrovandosi immerso in un clima emotivo complicato il cui futuro, ancora più incerto, chiede una nuova progettualità. Si inizia a sentire la fatica nel reinventare nuovi stili di vita ma anche nel mantenere quelli già acquisiti. Si sente l’esigenza e l’urgenza di una politica capace di “curare”più che di una politica che crea supremazie, conflitti, litigi, incomprensioni che provocano incertezze e precarietà all’essere umano. Bisogna promuovere una politica che metta al centro la cura. Non c’è vita senza cura.


Perché la politica fa fatica ad assumere la cura come progetto dell’esistenza umana?

Perché non è attenta alla condivisione, alla connettività? Perché è disconnessa da noi?

Gli eventi catastrofici accaduti e che ancora accadranno avranno ricadute sulla nostra salute psicofisica, il futuro per noi sarà molto complicato. La tensione a cui il nostro corpo è sottoposto è in antitesi con l’essenza umana. Tutto ciò grazie ad una cultura neo liberista in cui ogni cosa ha un prezzo riducendo tutto a un mercato in cui l’uomo fatica a stare al passo perdendo di vista ciò che è necessario.


Spostare l’attenzione a una nuova cultura dello stare insieme può dare una nuova energia e una nuova luce alla nostra esistenza.


In che modo?

Aprire un dibattito sul tema con tutte le figure responsabili preposte nelle università, nelle scuole, nelle televisioni, sui social ecc. Cercare di spostare l’attenzione sull’essenzialità della vita umana.

L’imperativo biologico dell’uomo sta nel suo essere un animale sociale con un corpo e una mente. La sua sopravvivenza è il legame armonico con la natura, con l’universo e con i suoi simili. Questo è ciò che gli permette di vivere e di evolversi.


Nonostante i progressi scientifici, farmacologici e tecnologici, sebbene importanti, l’uomo necessita di una cultura dell’essenza e dell’essenzialità nella quale egli dà forma alla vita attraverso il passaggio da energia a corpo in connessione con l’universo e con il mondo animale e vegetale. Noi siamo energia vitale, siamo un fascio di possibilità, abbiamo la capacità dell’essere nel senso più compiuto.


Secondo gli antichi questa energia ci dà la possibilità di essere corporei, è la tensione che muove il corpo in termini di slancio, moto, è la tensione fisiologica. Quando il nostro corpo è in sofferenza abbiamo una sensazione o una percezione di incompiutezza e quindi non “ci sentiamo in forma “perché perdiamo quella sensazione gradevole delle nostre forme corporee, quella sensazione di armonia che ci porta in maniera inconsapevole alla ricerca di connessione per completarci.


Alcuni esempi esperienziali e pratici di connessione umana

Immaginiamo gli operatori scolastici e sanitari che durante la pandemia hanno dovuto adottare diverse strategie per portare a compimento il proprio lavoro quotidiano. Il personale scolastico e gli studenti si sono inventati la didattica a distanza in cui docenti e discenti hanno condiviso un progetto faticoso che ha coinvolto gli insegnanti e gli studenti cercando di mantenere l’attenzione anche verso gli studenti più vulnerabili. Lo stesso dicasi per gli operatori sanitari che hanno lavorato immersi in un sistema complesso e complicato in cui all’ inizio si navigava nel buio e in alcuni casi non vi erano le risorse necessarie, mancavano guanti, mascherine, tute per proteggere il personale sanitario, ossigeno, posti letto per i pazienti, un vero disastro.


In quel periodo ci siamo inventati di tutto, dalle mascherine cucite in casa grazie al contributo di tante persone volontarie per spirito di solidarietà e fratellanza, alle tute realizzate con sacchi della spazzatura, cercando disperatamente nuovi modi per contrastare il fenomeno rimanendo sempre in connessione.


In questa nuova realtà abbiamo sperimentato la primarietà esistenziale e dunque l’aspetto della connessione, del lavoro e della cura. Cercare il buono della vita è un tutt’uno con l’agire della cura. Nell’esperienza di questo momento possiamo ritrovare molti elementi della cura. Il nostro essere psicofisico ha bisogno di una buona qualità dell’esistere, quando il corpo percepisce una carenza di cura viene fuori la sofferenza.


Come si attua la politica della cura?

Abbiamo detto che il corpo per non ammalarsi ha bisogno di esperienze piacevoli nel quotidiano. Questo non vuol dire essere distanti dalla realtà che ci sta travolgendo ma ascoltare il nostro corpo, i nostri desideri ci protegge dalle paure più profonde.

Quando la realtà porta avanti un principio di “emozione tossica” ci invade come se fosse una cascata che bagna il nostro corpo che avverte una sensazione per via riflessa di paura e insicurezza.


La cascata riflessa, che cos’è?

Oggi le notizie prima sulla pandemia e poi sulla guerra sono diventate, il nostro pensiero quotidiano, il nostro riflesso corporeo.

Il riflesso è una risposta motoria automatica ad un particolare stimolo sensoriale o motorio o a una combinazione di stimoli. I riflessi controllano tutte le funzioni che regolano il nostro corpo, anche quando non ce ne rendiamo conto, riceviamo informazioni in senso automatico sul corpo (ad esempio il respiro, il battito cardiaco, la pressione sanguigna ecc.). I riflessi intervengono anche per proteggerci da situazioni pericolose o dolorose ma quando sono compulsivi e perdurano possono crearci dei danni fisici.


Questo riflesso viene definito riflesso condizionato o riflesso pavloviano dal nome del suo scopritore il russo I. Pavlov che mappò le aree cerebrali coinvolte.

Oggi il tema della paura e della precarietà è così ricorrente e dilagante che coinvolge tutti; non bisogna essere un soldato o vivere nei paesi dove c’è un conflitto o aver vissuto direttamente o indirettamente il virus per imbattersi nella paura, sono due anni che essa è dentro di noi e ci vuole poco per farla riattivare.


Le notizie che ascoltiamo, che leggiamo vengono inesorabilmente giudicate e filtrate attraverso il nostro corpo, con immagini, suoni ecc. In biologia accade un fenomeno psicofisico chiamato Neuroni Specchio la cui funzione corporea è quella di valutare e sentire le situazioni. Quando ascoltiamo di persone coinvolte nel conflitto ci identifichiamo e ci coinvolgiamo come se stesse accadendo a noi, assumiamo una postura sia mentale che fisica che può rimanere per ore, per giorni, per mesi trasformandosi in disagio psicofisico. Questo fenomeno ci permette di spiegare fisiologicamente la nostra capacità di porci in relazione con gli altri. È stato dimostrato sperimentalmente che quando osserviamo negli altri una manifestazione di dolore si attiva in noi il medesimo substrato neuronale collegato alla percezione dello stesso tipo di emozione e cioè di sentire che effetto fa essere l’altra persona.


In pratica questo significa che, se si assume l’atteggiamento corporeo di un’altra persona si può sentire quell’espressione corporea e percepirne il significato. Immaginiamo l’effetto della percezione della guerra per la nostra vita e per il nostro corpo. Si possono avere fenomeni fisici tipo: trattenere il respiro, alzare le spalle, inarcare le sopracciglia, ci accorgeremo immediatamente di aver assunto un’espressione di paura, anche se sono corpi visti in televisione, su internet o percepiti tramite notizie o informazioni.


Il linguaggio del corpo non mente ma parla la lingua che può essere compresa solo da un altro corpo. Vorrei finire questo articolo riportando e divulgando, grazie alle ultime scoperte scientifiche e alla saggezza delle antiche filosofie sapienziali che il fattore imprescindibile per la sopravvivenza, l’evoluzione e il benessere è la felicità del genere umano.


Continua nella seconda parte


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