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Il corpo in festa

Napoli 2023


Dopo l’era Maradona con due scudetti vinti, la squadra di calcio del Napoli diventa campione d’Italia dopo 33 anni.

I tifosi insieme a tutti i napoletani invadono le strade della città per festeggiare il terzo scudetto.

L’evento, mai come quest’anno inaspettato, è stato favorito da una serie di coincidenze positive, con un intreccio e un incastro perfetto: squadra giovane, allenatore bravo, pubblico maturo, società sana con ottime competenze manageriali.

All’inizio del campionato, opinionisti, giornalisti e gran parte della tifoseria criticavano l’operato della società, muovendo verso di essa delle perplessità, come quella di acquisti di giocatori giovani e sconosciuti, un allenatore che nella sua lunga carriera aveva vinto poco e mai uno scudetto in Italia, una società che abbassava gli stipendi ai calciatori, soprattutto quelli più rappresentativi, che avevano deciso di andare via. Tutto questo veniva vissuto come disvalore e con malumore.

Come per magia questi aspetti negativi inaspettatamente si sono riconvertiti in positivi, quando poi è iniziato il campionato con le prime vittorie, si è avuta la sensazione che i giocatori si allenassero bene, i corpi degli atleti spingessero le gambe come guidati da una forza esterna. Guardarli giocare esponeva gli spettatori ad una percezione estetica di bellezza, tale da provocare ansia e attesa del gesto atletico; un’azione, un goal tracciavano un moto interiore.

L’affermazione della squadra con le sue vittorie produceva un’enfasi all’interno della città e un dilagante processo di liberazione.

Questa corsa inarrestabile tra campionato italiano e campionato europeo andava avanti con vittorie a suon di goal, innescando sul corpo dei giocatori e degli spettatori una scarica chimica non indifferente.

L’ormone più coinvolto: la dopamina. Un neurotrasmettitore associato alla sensazione di piacere, induce a ripetere determinati comportamenti che innescano sentimenti di gratificazione fino alla dipendenza, in sintesi regola i cosiddetti circuiti di ricompensa e i centri di piacere del cervello, delle reazioni emotive e del controllo del movimento.


Quando guardiamo una partita di calcio (in televisione o dal vivo), si ha la sensazione di una totale immersione nell’evento, tale da farci sentire come se fossimo noi stessi a giocare.

Questa dimensione è dovuta ai neuroni specchio, un tipo di cellule cerebrali che si attiva sia quando si compie un'azione che quando la si guarda compiere da un'altra persona.

A dimostrarlo c’è uno studio pubblicato su Nature dall'équipe di Salvatore Aglioti, esperto in neuroscienze cognitive della Sapienza Università di Roma.

Chi si interessa di sport, chi pratica attività professionale - amatoriale o anche semplicemente il tifoso, vede migliorare le proprie abilità linguistiche, almeno relativamente ai discorsi che riguardano lo sport.

Un altro studio molto interessante dell’ University of Chicago pubblicata sui Proceedings of the National Academy of Sciences, riferisce che le zone cerebrali che controllano i movimenti insieme alla coordinazione durante la pratica sportiva si attivano anche mentre si parla di sport, migliorando le prestazioni verbali e la comprensione.

In generale, praticare e parlare di sport ci rende felici.

Un'equipe di scienziati statunitensi nel 2014 ha mostrato che i tifosi tendono a soffrire meno di depressione, stress e cali di autostima rispetto ai non tifosi.


L’altra faccia della medaglia dimostra che, talvolta, essere tifosi può fare anche molto male.

È il caso del famoso Maracanazo e l'inaspettata sconfitta della nazionale Brasiliana contro l'Uruguay durante i Mondiali di calcio del 1950 al Maracanà, stadio di Rio de Janeiro.

La sconfitta della nazionale brasiliana che all’epoca era ritenuta imbattibile, provocò nei tifosi una delusione talmente forte da provocare dieci morti d'infarto e due suicidi all'interno dello stadio. All’epoca il Brasile decretò tre giorni di lutto nazionale. Le morti totali causate dal Maracanazo furono in totale 90, 34 per suicidio e 56 per arresto cardiaco.

Inoltre, tifare una squadra è come volere bene ai nostri cari: le neuroscienze ci mostrano perché.

Immaginate l’esultanza dopo un gol al 90° o soffrire con il cuore che palpita quando la squadra avversaria innesca un contropiede e colpisce con un gol decisivo oppure pensare ad un torto arbitrale, emozioni comuni per un tifoso. Le relazioni tra tifo e violenza sono fenomeni così tanto diffusi che la scienza ha deciso di studiarli. E’ riuscita a dimostrare che il tifo non è solo un fenomeno frutto di reazioni istintive, ma anche di una serie di scariche di segnali nervosi elaborati all’interno della corteccia cerebrale.


Uno studio di ricercatori, studiosi di neuroscienze, appartenenti al D’or Institute for Research and Education, coordinati da Jorge Moll, ha dimostrato che il tifo è segno di fratellanza e di appartenenza ad un determinato gruppo culturale, e ha la stessa origine dei più stretti legami familiari o con persone care.

La scoperta è stata supportata da un esperimento molto semplice: è stato selezionato un campione di decine di tifosi, simpatizzanti per squadre diverse, cui è stato chiesto di manifestare quale scelta avrebbero preferito tra elargire denaro nei confronti di tifosi di una squadra avversaria o della propria, in alternativa, potevano trattenere la somma per sé.

La maggior parte di essi ha preferito optare per l’alternativa non “egoistica”, ossia ha preferito che i soldi venissero impiegati per comprare gadget e festoni con i colori della propria squadra del cuore.

Gli scienziati hanno subito chiarito che il risultato non è sorprendente, poiché tifare per la stessa squadra è una delle molteplici dimostrazioni dell’appartenenza ad un gruppo culturale comune, in cui vi è più empatia nei confronti di altri individui.

La vera sorpresa, allora, è data proprio dalla scansione cerebrale: compiere scelte altruistiche verso individui accomunati da emozioni, passioni o ideali comuni mette in moto l’area subgenuale estremamente ricca di serotonina (ormone del buonumore) della corteccia cerebrale, ed è la stessa che regola ansia e appetito, che contribuisce in maniera primaria alla formazione dei ricordi e da cui partono soprattutto i nostri gesti più dolci, di affetto verso i nostri cari.


Secondo le previsioni più ottimiste degli scienziati, questa inaspettata conclusione potrebbe essere in grado di fornire, in futuro, giustificazioni neuro-psichiatriche di fenomeni che spingono all’aggressione verso i dissimili, ciò che nel mondo del tifo è ormai una piaga diffusa, alla base della violenza negli stadi.

Abbiamo visto come la neuro-chimica influisce sul comportamento dei tifosi.

Assistere ad una partita di calcio è come un atto sessuale.

Vorrei ricordare che già anni fa, a seguito del Convegno tenuto a Napoli su Maradona “Te Diegum”, il Dott. A. Manzi espose, tra il serio e il faceto, quella da lui definita “la teoria del coitone”.


Cos’è quello della domenica allo stadio o davanti alla tv se non un rituale sessuale?

Ci si incontra per prendere un caffè o un aperitivo e si scambiano argomenti ed opinioni (preliminari), andare allo stadio con corredo di canzoni e musiche, preludio all’inizio dell’atto (partita), culmine o plateau orgasmico con il goal che vede uniti in un abbraccio collettivo migliaia di persone festanti e accomunati dalla gioia di vedere andare a buon fine l’atto (vittoria).

Frustrante è la sconfitta e l’assenza del goal, che talvolta sfocia in atti di violenza, per un momento vissuto collettivo (coito interrotto).

La funzione dei calciatori è quella di suscitare e accelerare questi motivi (ormoni)


Il calcio dovrebbe essere educazione morale e sentimentale, dall’etica culturale alla sensibilità personale, quando vengono espresse in senso collettivo (vedi la Festa del 3° scudetto del Napoli)

Il corpo in festa

Finalmente la città festeggia il raggiungimento dell’obiettivo finale, si appropria dei suoi campioni e punta a farne i suoi eroi.

I corpi dei campioni che hanno spinto come una macchina fino alla vittoria, sono diventati corpi immagine per consegnare alla città il ruolo di protagonista.

I corpi dei campioni nell’ambito della festa diventano un’altra cosa, fusi negli scatti fotografici, sono corpi celebrati nella loro specifica forza e nella loro valenza di simbolo. L’uomo campione è l’individuo che diventa trasparente.

Il collage delle immagini dei giocatori e la folla dei tifosi sono centrati sulla rappresentazione dei corpi in festa sotto forma di appartenenza culturale e sociale.

È nella festa che i corpi iniziavano a muoversi nella loro tensione esplosiva, dal suono dei respiri mozzafiato, dallo sforzo e dal sudore, immedesimandosi con il respiro affannoso e il sudore delle gare dei calciatori.

La celebrazione dei corpi è collocabile alla confluenza della tradizione calcistica nell’ essenza del valore del corpo.

IL calcio è costituito da un insieme di pratiche condivise e socialmente rilevanti in cui il corpo funge da asse portante nella duplice veste tecnica e simbolica, generatore di significati e valori.

Se pensiamo alle formule del mondo del calcio amplificato dai mezzi d’informazione, attraverso il quale il pubblico si alimenta del consumo mediatico ma che a sua volta difetta per disinformazione, molto spesso crea non fusione ma con-fusione.



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