Dalla melodia cellulare all'armonia nelle relazioni

Ci sono momenti in cui si ha la sensazione che qualcosa dentro di noi e intorno a noi abbia perso l’accordatura. Non è facile dire che cosa. È come un rumore di fondo che non smette mai del tutto, una tensione sottile, una difficoltà a respirare dentro il tempo che stiamo vivendo. Le parole diventano più dure, le relazioni più veloci, le posizioni più rigide. Siamo continuamente chiamati a scegliere un fronte, a stabilire chi ha ragione e chi ha torto, chi appartiene e chi deve restare fuori.
Mentre aumentano gli strumenti per comunicare, non sempre cresce la nostra capacità di incontrarci davvero. Forse è proprio da qui che nascono le domande che da tempo ci accompagnano:
se la vita ha bisogno di relazione, ritmo e coerenza, che cosa accade quando viviamo immersi nella disarmonia?
Possiamo creare luoghi, relazioni e gesti capaci di restituirci una forma di armonia?
Non un’armonia perfetta, un mondo senza conflitti, piuttosto uno spazio in cui anche la differenza possa esistere senza trasformarsi necessariamente in separazione.
Queste domande mi sono tornate con forza ascoltando Carlo Ventura, medico cardiologo e biologo molecolare, raccontare insieme alla sua équipe gli studi sulle vibrazioni cellulari, le cosiddette Cell Melodies.
Siamo abituati a pensare alla biologia attraverso il DNA, le proteine, le molecole e la chimica. Ventura ci invita ad aggiungere un’altra prospettiva: la cellula vibra, oscilla, si muove, riceve segnali, risponde all’ambiente.
Non è una piccola macchina silenziosa è un mondo in movimento.
Ventura parla di una sorta di “software biologico” che accompagna l’hardware costituito dal genoma, dalle proteine, dalle strutture cellulari, che ha un linguaggio fatto anche di oscillazioni, dinamiche fisiche, luce, relazioni.
Da qui nasce una suggestione: se potessimo ascoltare una cellula non con le nostre orecchie, ma traducendo le sue oscillazioni, forse sentiremmo: Ritmi, variazioni, tensioni, sincronizzazioni. Una partitura. Una melodia cellulare
Se la vita, fin dalle sue forme più elementari, è così profondamente relazionale, che cosa ci racconta di noi?
Forse ci siamo chiesti troppo a lungo di che cosa siamo fatti e troppo poco con che cosa siamo in relazione.
Una cellula non vive davvero separata dal proprio ambiente. Un tessuto nasce da cellule che si riconoscono, comunicano, si organizzano.
Un organismo esiste grazie a una trama di relazioni. Eppure noi continuiamo spesso a pensarci come individui separati: io sono io, tu sei tu, il mondo è fuori.
Ma il corpo racconta un’altra storia. Respiriamo ciò che è fuori e dentro di noi. La luce modifica i nostri ritmi. Una voce può calmarci, una minaccia può accelerare il cuore. Una carezza può cambiare il respiro. Un ambiente può farci sentire accolti oppure costringerci a rimanere in allerta.
Non viviamo semplicemente dentro il mondo, viviamo in relazione con il mondo.
E’ qui che per me il pensiero di Carlo Ventura incontra quello di Federico Faggin, noto fisico che attualmente si dedica allo studio della coscienza e del rapporto tra uomo e intelligenza artificiale. Ventura parte dalla biologia cellulare e dalla medicina rigenerativa, Faggin parte da una domanda diversa, forse ancora più radicale: la coscienza:
che cosa significa essere coscienti?
Qual è la differenza tra elaborare un’informazione e viverne il significato?
Una macchina può conoscere la parola amore senza avere mai amato? Può descrivere il dolore senza sapere che cosa significhi soffrire? Può riconoscere un’emozione senza sentirla?
Faggin ci invita a non confondere informazione ed esperienza, capacità di calcolo e significato, a non limitare l’essere umano a ciò che può essere misurato dall’esterno. Ventura osserva una materia vivente che vibra, comunica e reagisce, Faggin interroga ciò che accade quando quella vita diventa esperienza, coscienza, significato.
L’uno guarda la vita attraverso il microscopio, l’altro la interroga attraverso il mistero dell’esperienza interiore. Tra i due rimane aperta una domanda:
che cosa tiene insieme tutto questo?
Forse per avvicinarci a una risposta dobbiamo prendere in esame la definizione di campo, non necessariamente nel significato della fisica, ma nel senso che comunemente utilizziamo quando entriamo in relazione. Ogni incontro crea qualcosa, un’atmosfera, una tensione, una possibilità.
Una famiglia crea un campo, una classe, una comunità, una conversazione creano un campo. Perfino il silenzio tra due persone crea un campo e il corpo spesso lo percepisce prima delle parole.
Entriamo in una stanza e sentiamo che qualcosa è teso, anche se nessuno ci ha spiegato nulla, oppure incontriamo qualcuno e, senza un perché, sentiamo che possiamo abbassare le difese.
Che campo creo quando entro nella vita di qualcuno?
La mia presenza chiude oppure apre? Fa sentire l’altro sotto esame oppure gli permette di esprimersi?
Siamo responsabili non soltanto di ciò che facciamo ma anche della qualità degli spazi che creiamo intorno a noi. Una casa può diventare un luogo di tensione oppure di accoglienza. Una scuola può nutrire la paura dell’errore oppure il desiderio di esplorare. Un luogo di lavoro può alimentare soltanto competizione oppure generare fiducia e collaborazione. Una conversazione può diventare un ring, oppure un ponte.
Il problema non è il conflitto ma come gestiamo il conflitto. Possiamo attraversarlo per vedere qualcosa che prima non vedevamo, oppure usarlo per distruggere l’altro, possiamo dissentire senza disprezzare, possiamo difendere un’idea senza cancellare quella di chi la pensa diversamente.
Viviamo immersi in discorsi che spesso ci chiedono immediatamente di schierarci. Da che parte stai? Con chi sei? Contro chi sei?
Superare questa logica non significa rinunciare alle proprie idee, alla partecipazione, al confronto o alla responsabilità, significa non permettere alla differenza di trasformarsi automaticamente in disumanizzazione, significa ricordare che davanti a noi, prima ancora di una posizione, c’è una persona.
Forse la vera rivoluzione consiste nel riuscire a non perdere il cuore mentre attraversiamo la differenza. Da qui nasce l’idea di creare campi confortevoli, non luoghi comodi, dove tutto è facile e nessuno viene mai messo in discussione; al contrario, spazi nei quali posso dire “non sono d’accordo con te” senza trasformare quella frase in “tu sei mio nemico”.
Spazi nei quali posso non sapere, cambiare idea, essere fragile, ascoltare, restare. Questi luoghi non nascono da soli, vanno creati, coltivati, custoditi. Questo è uno dei poteri più concreti che possediamo: la possibilità di cambiare la qualità del piccolo campo che abitiamo.
Ventura parla di luce, radiazioni, fotoni. Mi piace pensare che anche una presenza umana possa diventare, poeticamente, fotonica. Non perché possieda un’energia misteriosa, ma perché può fare luce. Una parola può fare luce, un gesto può fare luce, un ascolto può fare luce. Un’opera d’arte può illuminare una parte di noi che non riuscivamo ancora a vedere.
La luce autentica non ha bisogno di combattere il buio.Le basta rendere visibile ciò che prima non si riusciva a vedere.
Ed è qui che l’arte assume un significato straordinario. Da sempre l’essere umano canta, danza, dipinge, scolpisce, racconta. Molto prima delle nostre tecnologie più sofisticate avevamo già bisogno di trasformare l’esperienza in una forma condivisibile. Forse l’arte è una delle più antiche tecnologie dell’interiorità. Non serve soltanto a rappresentare il mondo, serve a renderlo abitabile.
Una ferita può diventare poesia, una perdita può diventare musica, una paura può diventare danza, una memoria può diventare immagine.
L’arte non cancella il dolore, gli dà una forma e ciò che prende forma può finalmente essere guardato, attraversato, condiviso.
Comporre significa scrivere musica, ma anche mettere insieme ciò che sembrava inconciliabile. Ricomporre una frattura, riavvicinare, creare legami. Forse il nostro tempo ha bisogno proprio di compositori , non soltanto musicisti, ma persone capaci di tenere insieme ciò che abbiamo separato troppo a lungo: scienza e arte, tecnologia e coscienza, ragione e sentimento, individualità e comunità, corpo e significato.
Siamo diventati bravissimi a separare le cose per comprenderle, ora dobbiamo imparare nuovamente a unirle per poterle vivere ed è inevitabile tornare al corpo.
Perché il corpo ci riporta continuamente a qualcosa di essenziale. Mentre la mente divide il mondo in categorie, il corpo ci riporta all’esperienza.
Dialoghi con il corpo nasce proprio da qui.
Non soltanto chiedendo al corpo che cosa non funziona, ma chiedendogli: quale ambiente ti permette di sentirti vivo?
Viviamo in un tempo ossessionato dalla soluzione, riparare, correggere, ottimizzare, risolvere. Ma non tutto può essere risolto. Una perdita non si colma, una fragilità non deve necessariamente essere eliminata. Alcune cose possono soltanto essere accompagnate e accompagnare significa avere cura.
Cura chi guarisce, certo, ma cura anche chi rimane, chi ascolta, chi sa stare accanto a una domanda senza avere subito bisogno di riempirla con una risposta.
Forse il futuro della cura non sarà soltanto tecnologico, sarà anche relazionale. Possiamo prenderci cura del piccolo spazio di mondo che attraversiamo ogni giorno. Non domani, qui, adesso, il cambiamento non comincerà da una grande dichiarazione. Forse inizierà da due persone che riescono finalmente ad ascoltarsi
Piccoli campi, piccoli luoghi di coerenza, piccole luci.
Non possiamo accordare tutta l’orchestra.
Ma possiamo prenderci cura dello strumento che ci è stato affidato, quando molti strumenti cominciano ad ascoltarsi, qualcosa cambia. Non diventano uguali, non suonano la stessa nota. La vera armonia non è uniformità, è la relazione tra differenze.




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