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Il suono e la speranza



Durante la pandemia abbiamo vissuto una forma di confinamento in casa pervasi dalla sensazione che il corpo da mobile fosse diventato immobile, siamo passati dal letto al divano, dal divano alla cucina; una sorta di rifugio in cui ci siamo improvvisati chef, abbiamo cucinato cibi per rallegrare il nostro umore, accompagnandoli con bevande alcoliche. Tale connubio ha funzionato da effetto ansiolitico provocando quella sensazione di euforia per farci sentire bene e al sicuro, lontano da pensieri catastrofici senza renderci conto che quella sensazione umorale benefica veniva stimolata da una chimica alimentare a base di zuccheri e carboidrati dannosa per la nostra salute. Il nostro benessere emozionale così compulsivo da provocare una “scorpacciata emotiva-sensoriale” era come una droga psicoattiva iperstimolante per il nostro sistema percettivo e per i suoi sensi: vista, udito, olfatto, gusto e tatto favorendo quella sensazione di inconsapevole benessere.

L’udito ha svolto un ruolo di vitale importanza durante la pandemia, il suo contributo è stato fondamentale per tirarci su in un momento così drammatico, mettendoci nella condizione di esplorare nuove vie di connessione attraverso la sua attività sensoriale, che capta i suoni provenienti da fonti esterne e li trasmette attraverso un complesso meccanismo nel padiglione auricolare con il coinvolgimento della corteccia temporale del cervello, che è in grado di riceverli e codificarli.

Durante la pandemia abbiamo vissuto momenti di disconnessione con i nostri corpi che si muovevano in spazi limitati, spesso pervasi dalla paura e l’ansia di essere contagiati quando si era costretti a convivere con persone colpite dal covid.

Il corpo e il suo sistema percettivo diventavano sempre più sensibili, più ricettivi, più allarmati, in una modalità compulsiva per migliorare la vigilanza. In particolare il suono con le sue peculiarità vibratorie diventava un veicolo di informazione.

L’evoluzione temporale di questo fenomeno con la costrizione subita in casa, ha portato dei cambiamenti psico-fisici che si sono realizzati per stadi successivi.

L’analisi della dimensione spazio temporale dell’esperienza uditiva può essere utile al fine di formulare una definizione di percezione del suono come elemento di informazione, di differenziazione e di distinzione portandoci a scindere suoni “molesti” o suoni di disconnessione, da suoni “benefici” o di connessione.

Fra i suoni molesti troviamo le sirene delle ambulanze, le voci degli speaker televisivi che annunciavano notizie e bollettini medici a raffica, fra i suoni benefici possiamo trovare quella dei cori delle persone che cantavano dalle terrazze, la musica che si ascoltava in casa secondo i propri gusti come input positivo di gioia e di rilassamento.

Questa intensa e continua relazione con il suono ci ha portato ad una rivalutazione del senso dell’udito e del suo impatto con il nostro corpo grazie ai sistemi di interconnessione vista, udito, olfatto, gusto e tatto.

I suoni e i canti dai balconi improvvisati e spontanei costituivano un effetto sintonizzante sul corpo.

Il corpo veniva incarnato di benessere tale da rendere la nostra permanenza nelle abitazioni priva di angoscia così da lenire lo stress e le preoccupazioni. L'essere umano si è organizzato e ha sfruttato le sue risorse mettendo a frutto i sensi che venivano mortificati nel confinamento, fra questi l’udito insieme al suono che con la sua forza, con la sua magia è stato il protagonista, l’antico compagno fedele della nostra storia, è diventato un prezioso alleato, una risorsa, un’ancora a cui affidarsi per poter affrontare questo tsunami turbolento che stavamo vivendo.

Prima l’ Italia, poi gli altri paesi hanno fatto ricorso a questa pratica.

Attraverso i cori e la musica abbiamo fatto diventare il suono un epico caposaldo, un baluardo dove provare a resistere in una sorta di rifugio, un luogo per poter stare in sicurezza a tutte le ore e per diversi giorni.

Nonostante le difficoltà e la paura, la musica era diventava un mezzo per tirare un sospiro di sollievo, uno strumento di connessione sociale, per stringere nuovi legami impensabili prima della pandemia.

Il contenimento della pandemia era l’unica realtà che potevamo vivere.

Aprire finestre e balconi per connetterci, per applaudire, per scambiare opinioni, gesti spontanei, familiari e ripetitivi con i loro effetti forti e significativi costituivano un messaggio verso noi stessi per darci coraggio e per ringraziare e sostenere tutti coloro che stavano lavorando e combattendo in prima linea a causa dell’emergenza prolungata.

Montagu, direttore d’orchestra londinese, autore specializzato in storia e origine della musica e degli strumenti musicali, definisce la musica come “suono che trasmette emozioni”, proprio come la ninna nanna che canta la madre per calmare e cullare il suo bambino. Questa musica semplice è probabilmente antecedente alla parola.


Quando i nostri antenati hanno cominciato a cantare?

La scienza ha indagato gli organi di emissione e di risonanza deputati al canto, come i crani fossili e le mascelle delle scimmie per capire l’effettiva possibilità di vocalizzare e soprattutto di intonare. L’uomo di Neanderthal sembrava possedere un'anatomia di queste parti acquisite al canto ma al momento questa ipotesi di studio non è esaustiva.

Gli studiosi ci dicono che il battito delle mani ha rappresentato la prima forma di strumento musicale, il suo utilizzo prolungato portava una forma di stanchezza agli arti superiori e per questo motivo si è passato all’uso di carcasse e ossa animali, ciotole per poter produrre i suoni.

Come è stato per i nostri antenati, il primo gesto che ci è venuto spontaneo durante la pandemia è stato quello di battere le mani per passare poi ai coperchi delle pentole, per finire coi canti.

La musica insieme al suono ha accompagnato la storia degli esseri umani. Perché?

Montagu distingue nella danza, nell’intrattenimento e nei rituali (ogni religione usa la musica) la capacità di riunire le persone. La musica può creare legami forti come quello tra madre e figlio, danzare o cantare insieme prima di un evento importante come la caccia, la battaglia, una gara sportiva, rende un gruppo coeso. È persino possibile che la musica abbia favorito la nascita della società stessa, tenendo insieme individui che avrebbero invece potuto condurre vite da soli. Per approfondire puoi rileggere l'articolo Il corpo accusa il colpo


Per le neuroscienze la musica con i suoi suoni è un mezzo di comunicazione fortemente stimolante, agisce nella risoluzione dei problemi, nella ricezione di pensieri divergenti, aiuta a sviluppare le cosiddette competenze trasversali. E’ un grande veicolo di conoscenza, un viatico di educazione alla convivenza civile, è in grado di risollevarci dalle sofferenze soprattutto quelle che non hanno una spiegazione logica, come nel caso della guerra, mantenendo fede all’imperativo biologico che vuole l’uomo per sua natura un animale sociale, in cui l’istinto è la parte interattiva che esce fuori soprattutto nelle situazioni estreme.

Stiamo assistendo a numerose esibizioni musicali nelle zone di guerra, nei rifugi. I video di alcune esibizioni improvvisate sono diventati virali.

Ancora una volta una dimostrazione di come la musica con la sua forza di connessione, di socializzazione, può creare coesione sociale e famiglie virtuali.

La sua positività può rendere meno drammatiche le tragedie che stiamo vivendo, con il suo linguaggio così speciale stimola una ricchezza di significati invocando serenità, coesione e speranza.

Già, la speranza, in questo momento merce rara.

“Andrà tutto bene”, con questa invocazione mista di rabbia, disperazione e ottimismo, ci auguravamo di porre fine a quello che stavamo vivendo.

La speranza è l’opposto della disperazione e come tale spesso funziona da supporto per evitare di cadere nello scoraggiamento, perdendo così di vista ciò che desideriamo raggiungere.


Perché la speranza può diventare una strategia di sopravvivenza al tempo del Covid 19 e della Guerra?

La speranza può essere paragonata a un secondo sistema immunitario, come ci suggerisce il prof. Anthony Scioli, psicoterapeuta e professore di psicologia clinica al Keene State College, studioso dei concetti di speranza e spiritualità e autore di diverse pubblicazioni scientifiche, ha coniato il P.P.E (emozione protettiva personale).

Il modello di speranza può essere applicato a vari livelli, dalla cura in generale del sé, all’azione collettiva, politica, economica, sociale, relazionale, religiosa, ecc. per approfondire puoi leggere l'articolo dalla pandemia alla guerra

Alcuni autori come Martin Lutero sostengono: “tutto ciò che viene fatto al mondo è fatto di speranza”. Per Goethe, la speranza era una “seconda anima”. Dostoevskij ha scritto che vivere senza speranza vuol dire smettere di vivere.

Questi tragici eventi, tra i tanti problemi, ci hanno svuotato di due bisogni fondamentali: la fiducia e l'intimità. La fiducia si affievoliva quando la comunicazione sul virus e sulle terapie era confusa e fuorviante, la stessa cosa accadeva per i modelli comportamentali da seguire, gli ausili di protezione, il tipo di mascherine, ecc. Negli ospedali mancava quasi tutto per combattere il virus.

Un rapporto delle Nazioni Unite sugli operatori sanitari in 191 paesi ha riportato: superlavoro, mancanza di fiducia da parte delle amministrazioni ospedaliere, tassi di infezione più alti del previsto e crescenti problemi di salute mentale (ONU, 2020).

Lo stesso discorso vale per il mondo spirituale, il bisogno di fiducia spirituale è fondamentale perché è l’elemento per eccellenza di connessione, di libertà, di spirito di sopravvivenza, ispirazione e appropriazione della nostra vita.

La speranza si può definire come un processo emotivo che emerge in tempi di difficoltà o di incertezza, equivalente al potere di un farmaco che conferisce l’immunità ad ampio spettro, come evidenziato da uno studio recente dell’equipe del Prof. Antony Scioli, finanziato dalla società NIH che si occupa di seminari sulla costruzione della speranza nei giovani contro la depressione, l’ansia e l’isolamento sociale.

E’ importante però non dare false speranze, i giochi di potere sono quelli più dannosi per le popolazioni.

Il Prof. A. Scioli nel suo approccio di studio integrato fa riferimento ai seguenti bisogni umani fondamentali: attaccamento, sopravvivenza, padronanza e spiritualità.

La speranza è nella fiducia e nella connessione con gli altri e con il proprio ambiente

Abbiamo visto come gli eventi che accadono nella nostra vita possono portare a fenomeni di disconnessione o connessione, con ripercussioni sulla nostra salute e sull’interazione sociale.

Il sistema nervoso ci indica il nostro stato fisiologico, se è “connesso o disconnesso”, il nostro legame con il mondo, come il corpo lo sperimenta, lo influenza, processando pensieri e comportamenti e rilevando i suoi effetti psicofisiologici. Ogni azione, sia essa sprezzante, insultante o accomodante, influirà sul nostro sistema mente-corpo.

Questa percezione dipende dal nostro sistema nervoso se è in uno stato di difesa o di apertura. Quando ci sentiamo valutati e giudicati per il nostro modo di essere e di agire ci sentiamo minacciati (modello-educativo-comportamentale difensivo).

Gli scienziati ci parlano dell’esistenza di un filo conduttore legato ai processi relazionali di connessione o disconnessione, che risiede in un sistema interconnesso, è l’insieme degli organi di senso: udito, vista, olfatto, gusto e tatto che si collocano a livello del viso. Questi permettono all’uomo di comprendere ciò che lo circonda attraverso il contatto e la coscienza della realtà.

L’udito nella sua accezione di suono e di ascolto ha diversi livelli di specificità, accessibilità, e vulnerabilità. Attraverso la regolazione neurale dei muscoli dell'orecchio medio influenza il senso di connessione e disconnessione.

Il suono quando rimbalza sul timpano coinvolge i muscoli dell'orecchio medio, se essi sono tesi, con un buon tono, lo sfondo del rimbalzo a bassa frequenza ci connette verso l’accessibilità, se invece siamo fuori tono, siamo inaccessibili o vulnerabili, il suono arriva come su un tamburo dalla pelle tesa.

Il nostro filtro naturale sono i muscoli dell'orecchio medio.

L’esempio classico più antico dei suoni di connessione è quello del tono materno con il quale la mamma vocalizza e modula la voce quando canta la ninna nanna al suo bambino.

Questo suono è davvero un'esperienza straordinaria, una risorsa così importante che possiamo trasformarla in un evento di cura tale da poter essere visualizzata e ricordata durante la nostra esistenza, soprattutto nei momenti e nelle occasioni che ci procurano stress o eventi traumatici.

Quando ascoltiamo una voce sotto forma di suono fastidioso, la sentiamo come fosse una minaccia, come fastidio, quindi ci chiudiamo e diventiamo inaccessibili.

L’ascolto del suono e il suo vocalizzare dolce ci connette con una relazione di fiducia, stimolando una via riflessa della visione. Il guardarsi con espressioni facciali di empatia e fiducia agisce sul respiro, ci sintonizza con gli altri e con l’attività cardio-respiratoria creando così una sintonizzazione o una desintonizzazione andando ad aumentare o inibire le difese.

Immaginate quando incontriamo sguardi di persone che stanno in connessione. Cosa accade? Siamo rilassati, sorridenti, felici, tranquilli e sicuri.

Al contrario nella disconnessione: spalanchiamo gli occhi per dimostrare più aggressività o abbassiamo lo sguardo togliendo la luce per farlo diventare spento e smorto.

Il suono con le sue sensazioni crea una sintonizzazione.


Continua nel prossimo articolo

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