Nulla è cambiato - Parte 2

Aggiornato il: giu 19



D – siamo partiti dalla mascherina e dai calzari e dai problemi indotti da questi dispositivi di protezione individuale, abbiamo fatto un lungo giro parlando di postura, diaframma e respirazione, torniamo adesso ai problemi

R – Ripartiamo dalla mascherina. Abbiamo già detto dei problemi provocati da questo dispositivo nella comunicazione. Affrontiamo ora il problema della respirazione indotto dall’uso della mascherina.

Normalmente l’espirazione dura una volta e mezzo l’inspirazione. Con la mascherina questa profondità del respiro può alterarsi e si può riscontrare;

- Una respirazione superficiale o corta, che interviene ad esempio nei soggetti compulsivi che hanno un cattivo rapporto con la mascherina. Non la sopportano e quindi l’abbassano e la rimettono a posto continuamente. In questi casi può verificarsi un aumento della frequenza respiratoria con ipercapnia, ovvero aumento della concentrazione di anidride carbonica, nonché ipossia ovvero diminuzione della concentrazione di ossigeno.

- Una respirazione profonda e lenta, tipica di soggetti in stato di acidosi. Sto parlando ad esempio di persone che si attaccano alla mascherina, che hanno paura di farne a meno, perché senza hanno il terrore di infettarsi ed eccedono, quindi, in un uso prolungato di questo dispositivo. Ora accade che la mascherina crei una sorta di barriera al nostro respiro, per cui non si riesce ad espellere bene l’anidride carbonica e questo può indurre cefalee, confusione, inquietudine, sonnolenza. Uno stato di acidosi, appunto.

La mascherina, infine, si inumidisce del nostro respiro, predisponendo cosi un ambiente favorevole a funghi, batteri, parassiti, virus, che sono a diretto contatto con la bocca, il naso e la pelle, per cui, l’uso prolungato ci espone al rischio di ammalarci a causa di questi agenti patogeni.

D – E questo riferito alla mascherina. Non abbiamo ancora parlato dei piedi.

R – Dei piedi e anche delle mani. E della relazione fra viso, piedi, mani e di tutte le componenti del nostro corpo.

Parliamo dei piedi. André Le Roi-Gourhan, antropologo, etnologo e archeologo, ha sostenuto una tesi che ha avuto un grande impatto nella comunità scientifica e cioè, l’evoluzione dell’intelligenza umana non deve partire dal cervello ma dai piedi, stabilendo una rigorosa priorità della struttura corporea.

Egli descrive gli effetti anatomici dell’epocale cambiamento della conquista della posizione eretta e propone di considerare il cervello come un inquilino del corpo, vale a dire come un’entità che si prende lo spazio che la struttura ossea gli concede.

Citazione e fascino della tesi a parte, i piedi sono sempre stati una regione importante per la diagnosi e la cura di diverse patologie, dalla medicina antica sino a quella moderna.

I piedi devono conoscere attimo per attimo le condizioni ambientali in cui si muovono per potere essere in collegamento. Il piede sente e valuta le informazioni dell’ambiente esterno e interno, attraverso attività di senso-percezione e propriocezione, mette in connessione queste informazioni con quelle provenienti da tutte le altre vie di entrata: vestibolari, tattili e oculari. Il piede è un organo di senso prima che un organo di moto. È impegnato nella reazione alla stimolazione ambientale, prima che nell’oggettivazione della risposta di moto. Nel piede il legame tra senso e moto si esprime come un condizionamento reciproco: il senso dirige il moto e il moto modula il senso.

I calzari che indossiamo come dispositivo di protezione individuale, l’uso prolungato di pantofole nello stare a casa, muovendoci in spazi piccoli e limitati, costituiscono delle modalità comportamentali, che possono alterare le catene propriocettive e senso-recettive che si riflettono sulla postura. I calzari, le pantofole stimolano le zone riflesse della pianta del piede, modificando il sistema tonico-posturale, con successiva andatura steppante, alterazioni della coordinazione motoria, mancata sicurezza nei movimenti con conseguente spostamento del baricentro. Inoltre, il piede, da studi neuro anatomici, è considerato il secondo cuore. Situata sotto la pianta del piede c’è una pompa plantare che risulta indispensabile per garantire il ritorno circolatorio verso il cuore. Posizionando male i piedi durante la deambulazione, induciamo una ridotta o mancata pressione sulla pompa plantare con conseguenze negative sul sistema cardiocircolatorio

D – questi i piedi, ora veniamo alle mani

R - La mano. L’arto per eccellenza dell’uomo, perciò si chiama mano, da u/mano. È l’arto la cui storia evolutiva racchiude e racconta la storia evolutiva dell’uomo. Si può partire dalla mano ad uncino dei nostri antenati del paleolitico, che serviva a dare forza alle armi per la caccia e a maneggiare i primi utensili, fino alla mano ad uncino che stringe nella presa e guida il nostro mouse. Con le mani costruiamo, creiamo, comunichiamo. La gestualità è stata ad esempio codificata e classificata come sistema di comunicazione co-verbale o sostitutiva dell’atto verbale. I gesti spesso accompagnano le parole, enfatizzandone il significato, o sostituiendole. È stato osservato come spesso si faccia ricorso alla gestualità anziché alle parole, per alcune sue tipiche proprietà, come l’immediatezza, la silenziosità e la visibilità.

Si dice che l’uomo si è distinto dalle scimmie per la conquista della posizione eretta. La conquista è anche quella delle mani, che liberate dalla funzione di deambulazione e di portare il cibo alla bocca, diventano organo di relazione. Si collegano direttamente al cervello e si specializzano. La zona ulnare, quella che va dal mignolo (quinto dito) al terzo dito, diventa ad esempio la zona cosiddetta artistica per la raffinatezza del gesto via via acquisita di questa parte delle mani. La zona radiale, quella che va dal pollice al medio, diventa la zona motrice, la zona di forza. Pensiamo per esempio al polso. La sua articolazione è legata a filo doppio alla capacità gestuale della mano. Il grande osso della mano è chiamato metaforicamente pivot, perché tutto il movimento della mano, come il gioco del basket, è basato su di lui. Il blocco della sua articolazione, compromette sia i suoi movimenti raffinati che quelli di forza. Con le attività che svolgiamo di frequente in queste fasi di emergenza del Covid-19, sia legate al lavoro – smart working – che allo svago, come battere i tasti dei nostri smartphone, le tastiere dei nostri computer e l’uso associato del mouse, impegniamo severamente, anche se in mondo inconsapevole, le articolazioni della mano, rischiando di bloccare il grande osso.

Con le mani comunichiamo, esprimiamo le nostre emozioni e sentiamo quelle degli altri, conosciamo e ci conosciamo. Attraverso le mani siamo interconnessi, mandiamo e riceviamo feedback sia del mondo fuori di noi, che di quello dentro di noi.

I guanti che coprono le nostre mani non solo impediscono la trasudazione della pelle, con il disagio e il rischio che questo comporta, ma alterano e possono compromettere queste sue importanti funzioni.


D – Mascherine, calzari e guanti costituiscono dei dispositivi di protezione individuali per difendersi da questo virus, affiancate da quelle di protezione collettive del distanziamento sociale con tutte le sue declinazioni, come il confinamento a casa, lo smart working e la distanza di sicurezza dagli altri da osservare. Misure per questo imposte, soggette a particolari controlli e assistite da gravi sanzioni.

Il nostro corpo tuttavia ci sta raccontando di sofferenze che tali misure inducono e del rischio di patologie che possono insorgere. Allora che fare??

R – I dispositivi di protezione individuale e le misure di protezione collettive, servono a proteggerci da questo virus, quindi vanno utilizzate le prime ed osservate le seconde.

Dobbiamo tuttavia conoscere i rischi a cui siamo esposti, le possibili conseguenze per la nostra salute e non trascurare l’impatto sulle nostre vite, così condizionate. Ma soprattutto dobbiamo imparare a vivere in queste condizioni ed in quelle che si annunciano nel mondo post covid. Per farlo la strada è quella di ascoltare ciò che il nostro corpo ci racconta.

Le misure anticovid, le disposizioni di distanziamento sociale e del lavoro da casa (smartworking) ecc…, ci stanno trasportando dentro nuovi tempi e nuovi modi di concepire e sentire il nostro corpo.

I ritmi veloci di questi nuovi tempi sono concepiti e scanditi in maniera tale da lanciare una continua sfida alla nostra mente, costretta a seguire il vortice frenetico dei bit, ad adeguare la sua capacità di calcolare, di organizzare e di gestire più cose contemporaneamente. Il nostro corpo, la nostra fisicità, il cui ritmo è quello lento e pacato dei vertebrati a stazione eretta, è come spiazzato, fuori posto, quasi fosse un pesante fardello da portarsi dietro. È un corpo obbligato ad assumere posizioni non naturali, non fisiologicamente corrette, a compiere attività troppo faticose. Forzato in movimenti e posizioni scorrette, il corpo tende ad irrigidirsi. Le tensioni emotive di una vita stressante e sedentaria fanno contrarre e tendere le fasce muscolari. Questa situazione è generatrice di ansie e tensioni psicosomatiche che provocano una serie di disturbi.

Dare ascolto a quello che ci racconta il nostro corpo in queste condizioni, ci rende consapevoli come gran parte della nostra salute possa dipendere dalla non attività fisica. Il forte entusiasmo che oggi si sente per l’attività fisica non può essere certo moda passeggera, dato che l’unica modalità per prevenire le conseguenze della non attività è l’attività.

D – si sente molto parlare dell’importanza dell’attività fisica per mantenere in salute il nostro corpo, soprattutto in questo periodo di forzata inattività. Tanti sono i modi di concepire l’attività fisica, qual è quella che aiuta maggiormente il corpo, senza correre il rischio di stressarlo per il motivo opposto, cioè per la troppa attività?

L ’esercizio fisico rappresenta l’anello di congiunzione tra la vita sedentaria e la vita attiva, tra corpo e mente. Sciogliere le tensioni aiuta a lenire i dolori e a liberare le articolazioni. Potenziando e distendendo i muscoli ne miglioriamo l’elasticità, indipendentemente dall’età. L’attività di cui sto parlando è quella condotta senza un eccessivo sforzo, non sono necessarie particolari abilità atletiche, ma bisogna aderire, conformarsi alle individuali differenze di stato muscolare e di flessibilità. Gli esercizi devono essere compiuti senza oltrepassare i propri limiti e assolutamente senza essere attratti dalla competitività, devono risultare piacevoli e gradevoli perché devono esseri correlati alla propria struttura osteo -muscolare e alla propria flessibilità e la loro esecuzione deve essere regolare e in stato di rilassamento.

E un po’ quello che fanno gli animali, come fa ad esempio il cane o il gatto, i quali conoscono per istinto il modo di distendere i muscoli, di allungarsi e di muoversi. Lo fanno biologicamente, spontaneamente, senza bisogno di riflettere e senza mai eccedere, mettendo in efficienza tutti quei muscoli che poi dovranno essere utilizzati. E’ necessario cominciare a considerare tutto l’organismo umano come una sola entità in sé solidale, in cui esiste l’interdipendenza di ogni parte e di ogni movimento. Così ad esempio la spalla è collegata alla nuca, che a sua volta agisce sulla gamba, la quale è connessa al piede, per cui lavorando sul piede si può ottenere il rilassamento di una spalla contratta.

D – Come concluderesti questo dialogo?

Impariamo ad ascoltare il nostro corpo e ad assecondarlo, perché sebbene coperto dai dispositivi di protezione, di cui ci stiamo servendo in questo periodo, per rimanere in contatto con il mondo in sicurezza, pur nelle condizioni di isolamento o di distanziamento sociale in cui è costretto a muoversi, il corpo continua a parlarci e a raccontarci della nostra salute. Da questo punto di vista NULLA È CAMBIATO.

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© 2020 by Giovanni Solimeno, Carolina Vecchi, Saverio Sansone e Salvatore Solimeno

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